Immagno che il pensiero umano si stia rivolgendo sempre di più verso due aspetti che lo stanno impegnando per definire il nostro futuro. Il primo aspetto, che ha mutato completamente gli scenari del vivere, è indubbiamente la tecnologia. Il secondo aspetto, che è altrettanto importante, è il territorio. Bitcoin, Blockchain, YouTube etc si sono o si stanno inserendo sempre più radicalmente nel nostro tessuto di relazioni professionali, politiche, commerciali, personali.

Le distanze si accorciano e si annullano, gli spazi sono meno importanti, il pensiero è sempre più globalizzato
e sempre meno dialettale. Ma c’è una risposta a questa sorta di appiattimento ed è la cura del territorio e di quanto storicamente questo può offrire. Il territorio è unico, non riproducibile con la modalità di Las Vegas.

Si può far convivere il virtuale con la terra?

Recentemente sono stato in una giuria di design, promosso dalla rivista Civiltà del Bere, per premiare le etichette di alcuni vini italiani giudicate per il buon design, valutando la gradevolezza e il livello di identità visiva. I vini erano stati premiati precedentemente dedicando nella fase di degustazione una particolare attenzione all’eccellenza e alla tipicità.

Un vitigno posizionato su una collina produce un vino diverso sul versante opposto, quindi non si parla nemmeno più di vino italiano, o veneto, o di valdobbiadene, o di guia di valdobbiadene, ma di un prosecco che assume aromi diversi dagli stessi vitigni a 300 metri di distanza, perché il territorio “è unico”. Ma tornando all’approccio tecnologico, come si può creare un’interazione tra il mondo virtuale e quello territoriale?

19 Crimes

Il sito Brand Indentikit, ha pubblcato una notizia dai toni indubbiamente esaltanti. Per creare identità di prodotto la casa vinicola Treasury Wine Estate ha mutuato parte della storia australiana attraverso la comunicazione visiva sulle etichette e con un’operazione assolutamente creativa di realtà aumentata. In Inghilterra nel diciottesimo secolo più di 700 condannati, per uno o più dei 19 crimini definiti dalla Corte Sovrana, vennero esiliati in Australia. I vascelli sbarcarono il 26 gennaio 1788 scrivendo così la prima pagina della storia della terra dei canguri allora abitata solo dagli aborigeni.

I deportati realizzaromo un’incredibile operazione di insediamento trasformando terre inospitali in campi coltivati e divenendo pionieri a tutti gli effetti. Di alcuni di questi malfattori è stato recuperato lo storico. La documentazione fotografica sembrerebbe proprio ricostruita visto che ai tempi la fotografia non era ancora nata, ma poco conta essendo una licenza poetica. La casa vinicola, oltre a dare il naming “19 Crimes”ai vari rossi basati su Shiraz e Cabernet Sauvignon, ha realizzato le etichette con le immagini d’epoca dei carcerati, un’operazione di branding molto creativa, curata ed attenta alla storia, anche imbarazzante sotto alcuni aspetti, del territorio Australia.

Ma a rendere ancora più interattiva, ironica e memorizzabile quest’opera di brandizzazione 19 Crimes ha realizzato un’app che riporta tutte le notizie e le immagini del personaggio riporodotto sull’etichetta. Basta inquadrare l’etichetta con lo smartphone. Chi non si ricorderebbe di aver degustato un ottimo vino gemellato con un signore che ha rapinato 22 banche in una settimana?

Nelle etichette che abbiamo premiato non è stato mai raggiunto questo livello globale di brandizzazione fondendo tecnologia e territorio in un’unica comunicazione dai livelli espressivi emozionanti. Uno stimolo per volgere lo sguardo in tutte le direzioni.

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